All'incontro seguito alla proiezione del film per la stampa, Ermanno Olmi ha detto: "Bisogna partire dal titolo: quello delle armi era appunto in quel periodo un 'mestiere' con una specificità che andava salvaguardata. Giovanni non era un violento o un tagliatore di teste, aveva un forte senso della famiglia ed era un eroe perché era leale. Il titolo sottintende il mestiere di vivere, ma anche quello di morire. L'attacco del film é da poema lirico (tipo 'Cantami,o diva...) e l'intenzione é di ricordare quegli eventi non per fare cronaca ma poesia, di rielaborare tutta la materia attraverso un percorso dell'anima...". La conferma da parte del regista è utile, ma il film ha comunque una carica lirica e un pathos di immediata percezione. Nel dipanarsi della Storia Olmi individua la presenza di quei tratti dell'uomo (e della donna) che scaturiscono dal fondo del cuore e ne forgiano il carattere e le azioni: la compostezza, la misura, il rispetto delle regole, ma anche l'inganno, il tradimento, il sopruso. Eppure il dolore, questo dolore che sembra spaccare il corpo, non soffoca il soffio vitale dell'anima. La simbiosi con la natura è segno di presenza: il Po, la campagna padana, i luoghi cari a Olmi sono simbolo di una presenza fertile, di un'impronta costruttiva. L'umanesimo del regista é robusto e ben solido. Il taglio visivo riassume le scelte: una dimensione visionaria e onirica, il campo di battaglia come quelli di Kurosawa, gli oggetti, le persone, il gesto evidenziati come in Bresson. Coinvolge la ricchezza del film, la sua sintesi di musica, pittura, lingua, letteratura. Eppoi l'appello al recupero della dignità del vivere. Perché non riusciamo a diventare uomini? si chiede Olmi. Non ho risposte definitive, ma mi pongo ancora la domanda. Dal punto di vista pastorale, un'opera alta e forte, da valutare come raccomandabile, complessa e di bella tenuta spettacolare.
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